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GratisIl dono d'amore
Paul Dahlke
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Spesso mi meraviglio del perché gli uomini si raccontino le fiabe. La realtà è la più strana di tutte le fiabe. Come sono grossolane le fiabe del mondo delle fiabe di fronte alla fiaba "realtà".
Io, il figlio del lago di Garda, con il quale ero cresciuto nel bene come nel male, siedo ora qui nelle montagne ai margini dell'India, a Lanauli, siedo qui da anni e anni, e quasi sembra che io debba concludere qui i miei giorni – se non mi sradicherà di nuovo qualche vento tempestoso.
Mi sembra che la severità aspra, la grandezza solitaria di questo paesaggio intorno a me rendano solo più viva la dolcezza della mia vecchia Sirmione.
Quando sedevo lassù al Cap, sopra la vecchia villa di Catullo; quante innumerevoli volte vi sono stato seduto, già da ragazzo, da giovane, da uomo che stava per diventarlo.
Ricordo chiaramente che già da ragazzo meditavo, riflettevo sugli enigmi della vita, sul mondo, sulla domanda: donde viene tutto questo?
E quel desiderio, quando al crepuscolo il lago giaceva come uno zaffiro e le barche tracciavano dietro di sé strisce color arancio. Era allora come se fili invisibili mi tirassero, non so dove. Perché più bello e più sereno non poteva essere da nessuna parte. Ma è come se bellezza e pace non esistessero per essere godute, bensì solo per suscitare in me un desiderio indeterminato, vago, di bellezza e di pace.
Sedevo dunque lì, finché tutta la luce sul lago era svanita e sopra di me, in questa chiarezza oscura, si accendeva una lucina dopo l'altra.
Già la natura da sola dovrebbe insegnarci che la purezza è la cosa più bella. Ah, purezza, quanto sei preziosa! Quando sto sotto questo cielo stellato limpido, e Sirio e Orione scintillano, mi sembra che qualcosa mi tragga fuori di me in questo fuoco puro, in questa purezza celeste. Se devo già adorare qualcosa, ebbene, perché non proprio questo! Perché adorare un invisibile, inudibile, impensabile – insomma, un non-ente dietro questo cielo stellato?
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Spesso mi meraviglio del perché gli uomini si raccontino le fiabe. La realtà è la più strana di tutte le fiabe. Come sono grossolane le fiabe del mondo delle fiabe di fronte alla fiaba "realtà".
Io, il figlio del lago di Garda, con il quale ero cresciuto nel bene come nel male, siedo ora qui nelle montagne ai margini dell'India, a Lanauli, siedo qui da anni e anni, e quasi sembra che io debba concludere qui i miei giorni – se non mi sradicherà di nuovo qualche vento tempestoso.
Mi sembra che la severità aspra, la grandezza solitaria di questo paesaggio intorno a me rendano solo più viva la dolcezza della mia vecchia Sirmione.
Quando sedevo lassù al Cap, sopra la vecchia villa di Catullo; quante innumerevoli volte vi sono stato seduto, già da ragazzo, da giovane, da uomo che stava per diventarlo.
Ricordo chiaramente che già da ragazzo meditavo, riflettevo sugli enigmi della vita, sul mondo, sulla domanda: donde viene tutto questo?
E quel desiderio, quando al crepuscolo il lago giaceva come uno zaffiro e le barche tracciavano dietro di sé strisce color arancio. Era allora come se fili invisibili mi tirassero, non so dove. Perché più bello e più sereno non poteva essere da nessuna parte. Ma è come se bellezza e pace non esistessero per essere godute, bensì solo per suscitare in me un desiderio indeterminato, vago, di bellezza e di pace.
Sedevo dunque lì, finché tutta la luce sul lago era svanita e sopra di me, in questa chiarezza oscura, si accendeva una lucina dopo l'altra.
Già la natura da sola dovrebbe insegnarci che la purezza è la cosa più bella. Ah, purezza, quanto sei preziosa! Quando sto sotto questo cielo stellato limpido, e Sirio e Orione scintillano, mi sembra che qualcosa mi tragga fuori di me in questo fuoco puro, in questa purezza celeste. Se devo già adorare qualcosa, ebbene, perché non proprio questo! Perché adorare un invisibile, inudibile, impensabile – insomma, un non-ente dietro questo cielo stellato?Un giorno – ero allora già medico a Milano, medico ricercato, e solo per breve tempo in congedo dai miei genitori per riposarmi – verso sera tornavo a casa dal Cap. Come al solito passavo davanti alla chiesetta sull'altura, nell'oliveto. Come al solito mi fermavo davanti alla finestra aperta e guardavo dentro nel fresco oscuro dell'interno. Pareti bianche senza ornamenti, un altare con ogni sorta di lustrini colorati, e al centro su di esso la croce con quell'uomo appeso, che doveva giocare un ruolo così discutibile nella vita spirituale dell'umanità.
La fede in Dio l'avevo persa da tempo. In generale mi sembra che assai, assai pochi uomini abbiano una fede reale, e che ci si inganni su questo fatto solo perché non ci si prende la briga di esaminare seriamente se stessi.
Di me personalmente non so se abbia mai avuto fede in Dio. Ricordo solo di aver provato da ragazzo, durante violenti temporali, qualcosa come timore di Dio. Ma questo svanì quando ebbi dominato mentalmente il fenomeno.
Avevo letto fuori al Cap in un libro di fisica, uno di quei libri moderni che tentano di costruire in forma più o meno arguta una visione del mondo su leggi puramente fisiche e così si pongono davanti alla necessità di inserire infine anche me, l'essere vivente pensante e dotato di autocoscienza, nelle leggi fisiche. Oggi, in miglior comprensione, rido di tutti i tentativi eruditi e arguti di questo genere, perché conosco la loro inutilità e perversità. Allora invece sentivo solo che quella non poteva essere la via giusta. Ma non ne riconoscevo le ragioni. Così tutte queste ipotesi e pensieri, che vogliono costruire un mondo in cui colui che lo vuole costruire non ha più posto, mi procuravano molta angoscia. Meditavo, rimuginavo. Mi disturbava persino il sonno e spesso mi rendeva quasi malinconico.
Ma se mi esamino con la massima precisione, ancora oggi non so se queste angosce fossero oneste o se derivassero da una civetteria con me stesso. Perché già da tempo mi era chiaro che un forte amor proprio costituiva il tratto fondamentale del mio carattere.
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Un giorno – ero allora già medico a Milano, medico ricercato, e solo per breve tempo in congedo dai miei genitori per riposarmi – verso sera tornavo a casa dal Cap. Come al solito passavo davanti alla chiesetta sull'altura, nell'oliveto. Come al solito mi fermavo davanti alla finestra aperta e guardavo dentro nel fresco oscuro dell'interno. Pareti bianche senza ornamenti, un altare con ogni sorta di lustrini colorati, e al centro su di esso la croce con quell'uomo appeso, che doveva giocare un ruolo così discutibile nella vita spirituale dell'umanità.
La fede in Dio l'avevo persa da tempo. In generale mi sembra che assai, assai pochi uomini abbiano una fede reale, e che ci si inganni su questo fatto solo perché non ci si prende la briga di esaminare seriamente se stessi.
Di me personalmente non so se abbia mai avuto fede in Dio. Ricordo solo di aver provato da ragazzo, durante violenti temporali, qualcosa come timore di Dio. Ma questo svanì quando ebbi dominato mentalmente il fenomeno.
Avevo letto fuori al Cap in un libro di fisica, uno di quei libri moderni che tentano di costruire in forma più o meno arguta una visione del mondo su leggi puramente fisiche e così si pongono davanti alla necessità di inserire infine anche me, l'essere vivente pensante e dotato di autocoscienza, nelle leggi fisiche. Oggi, in miglior comprensione, rido di tutti i tentativi eruditi e arguti di questo genere, perché conosco la loro inutilità e perversità. Allora invece sentivo solo che quella non poteva essere la via giusta. Ma non ne riconoscevo le ragioni. Così tutte queste ipotesi e pensieri, che vogliono costruire un mondo in cui colui che lo vuole costruire non ha più posto, mi procuravano molta angoscia. Meditavo, rimuginavo. Mi disturbava persino il sonno e spesso mi rendeva quasi malinconico.
Ma se mi esamino con la massima precisione, ancora oggi non so se queste angosce fossero oneste o se derivassero da una civetteria con me stesso. Perché già da tempo mi era chiaro che un forte amor proprio costituiva il tratto fondamentale del mio carattere.Quando quel giorno, di cui parlavo sopra, guardai di nuovo attraverso la finestra nel crepuscolo della chiesetta, le pareti spoglie, l'altare con i suoi lustrini, il legno nero con l'uomo crocifisso, sospirai involontariamente dal profondo: "Qui c'è sicurezza, qui c'è quiete! Qui non c'è lotta per una visione del mondo, nessun combattimento con gli enigmi della vita. Beato chi riposa in un grembo così sicuro."
Mentre ciò, udii parlare dall'altra parte della chiesetta. Potei capire molto chiaramente una voce maschile che, in un linguaggio lento e scelto, diceva:
"Per me non è affatto dubbio che la forma di fede a cui apparteniamo per caso sia una delle più rozze. In questo rapporto abbiamo fatto, rispetto ai tempi dei neoplatonici, regressi inauditi. E mi sembra che una sosta sia sopraggiunta solo perché un ulteriore regresso non è più possibile."
Già durante le ultime parole l'oratore era uscito da dietro il muro e si era avvicinato in direzione del mio punto di osservazione. Parlando aveva tenuto lo sguardo fisso a terra davanti a sé, cosicché, quando smise di parlare e alzò lo sguardo, si trovò quasi vicinissimo a me.
Le sue parole erano rivolte a una giovane figura femminile che camminava accanto a lui a capo chino come lui stesso.
Ovviamente colpiti, entrambi alzarono lo sguardo. Lo straniero salutò, come fanno le persone in improvviso imbarazzo. Questa sensazione sembrava provarla l'oratore stesso; infatti, quasi per mettersi in una posizione diversa nei miei confronti, iniziò una conversazione.
Erano cose così indifferenti, come appunto parlano tra loro viaggiatori che si incontrano per caso.
Scendemmo insieme per lo stretto sentiero verso il paese, io accanto al vecchio, la sua accompagnatrice un pezzetto dietro di noi.
Il vecchio era una di quelle personalità che chiamiamo "interessanti". Alto, scarno, con la barba grigia, una testa che ricordava Leonardo da Vinci.
Nel conversare urtai per caso uno degli olivi che delimitano lo stretto sentiero. Il mio libro di fisica cadde a terra, e tutti i miei appunti, scritti su molti fogli separati, volarono via.
Mentre raccoglievo in fretta, l'accompagnatrice del vecchio si era avvicinata e mi aiutava a cercare.
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Quando quel giorno, di cui parlavo sopra, guardai di nuovo attraverso la finestra nel crepuscolo della chiesetta, le pareti spoglie, l'altare con i suoi lustrini, il legno nero con l'uomo crocifisso, sospirai involontariamente dal profondo: "Qui c'è sicurezza, qui c'è quiete! Qui non c'è lotta per una visione del mondo, nessun combattimento con gli enigmi della vita. Beato chi riposa in un grembo così sicuro."
Mentre ciò, udii parlare dall'altra parte della chiesetta. Potei capire molto chiaramente una voce maschile che, in un linguaggio lento e scelto, diceva:
"Per me non è affatto dubbio che la forma di fede a cui apparteniamo per caso sia una delle più rozze. In questo rapporto abbiamo fatto, rispetto ai tempi dei neoplatonici, regressi inauditi. E mi sembra che una sosta sia sopraggiunta solo perché un ulteriore regresso non è più possibile."
Già durante le ultime parole l'oratore era uscito da dietro il muro e si era avvicinato in direzione del mio punto di osservazione. Parlando aveva tenuto lo sguardo fisso a terra davanti a sé, cosicché, quando smise di parlare e alzò lo sguardo, si trovò quasi vicinissimo a me.
Le sue parole erano rivolte a una giovane figura femminile che camminava accanto a lui a capo chino come lui stesso.
Ovviamente colpiti, entrambi alzarono lo sguardo. Lo straniero salutò, come fanno le persone in improvviso imbarazzo. Questa sensazione sembrava provarla l'oratore stesso; infatti, quasi per mettersi in una posizione diversa nei miei confronti, iniziò una conversazione.
Erano cose così indifferenti, come appunto parlano tra loro viaggiatori che si incontrano per caso.
Scendemmo insieme per lo stretto sentiero verso il paese, io accanto al vecchio, la sua accompagnatrice un pezzetto dietro di noi.
Il vecchio era una di quelle personalità che chiamiamo "interessanti". Alto, scarno, con la barba grigia, una testa che ricordava Leonardo da Vinci.
Nel conversare urtai per caso uno degli olivi che delimitano lo stretto sentiero. Il mio libro di fisica cadde a terra, e tutti i miei appunti, scritti su molti fogli separati, volarono via.
Mentre raccoglievo in fretta, l'accompagnatrice del vecchio si era avvicinata e mi aiutava a cercare.
Ci rialzammo entrambi nello stesso momento, e i nostri occhi si incontrarono pieni nello stesso istante.
Se oggi ripenso a questo momento, oggi che i miei capelli cominciano già a ingrigire, esso mi appare ancora come il più singolare della mia vita. Come un colpo colpisce un uomo, così sapevo: il mio destino mi ha colpito.
Da quando ho vissuto questo su me stesso, non mi do più alcuna pena di "spiegare" quella singolare trasformazione che colse Paolo sulla sua via verso Damasco. Esistono trasformazioni di questo genere, che piombano sull'uomo come un fulmine dal cielo sereno, e ogni tentativo di derivare simili esperienze da certi stadi preliminari conduce ad assurdità. È semplicemente così, e dobbiamo sottometterci, così come dobbiamo sottometterci al fatto che siamo qui.
Il vecchio, mentre raccoglievamo i fogli sparsi, aveva preso da terra il mio libro e ne aveva letto il titolo.
Come mi parve, con un leggero sorriso chiese:
"Le interessa questo?"
Con ciò ebbe fine il parlare per frasi fatte, e iniziò la conversazione. Parlavamo vivacemente, senza interruzione; giungemmo al molo, nelle cui vicinanze si trovava l'albergo dei due – anche loro erano qui solo in visita –, tornammo indietro parlando per un pezzetto, poi nell'altra direzione oltre la vecchia torre cittadina, lungo la strada maestra. Il sole tramontava; cominciò a fare buio; infine il vecchio mi pregò di cenare insieme a loro nel giardino dell'albergo.
Di che cosa parlavamo? Non lo ricordo più esattamente. So solo che mi trovavo in uno stato di esaltazione che mi rendeva incline a far valere le mie opinioni in modo eccessivamente acuto, quasi arrogante. Sentivo di essere spiritoso, e mi piacevo. In una sorta di impaccio dirigevo le mie parole quasi esclusivamente al vecchio, mentre ero ben consapevole che in fondo parlavo solo alla ragazza, desideroso di essere da lei ammirato.
Su un punto io e il vecchio, lui e io, coincidevamo pienamente: l'insoddisfacente delle condizioni moderne, la loro superficialità, anzi falsità: la loro inquietudine, la loro fretta, la loro violenza nell'alienarci da noi stessi, così che alla fine non ritroviamo più la via verso noi stessi – insomma: la loro non-realtà.
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Ci rialzammo entrambi nello stesso momento, e i nostri occhi si incontrarono pieni nello stesso istante.
Se oggi ripenso a questo momento, oggi che i miei capelli cominciano già a ingrigire, esso mi appare ancora come il più singolare della mia vita. Come un colpo colpisce un uomo, così sapevo: il mio destino mi ha colpito.
Da quando ho vissuto questo su me stesso, non mi do più alcuna pena di "spiegare" quella singolare trasformazione che colse Paolo sulla sua via verso Damasco. Esistono trasformazioni di questo genere, che piombano sull'uomo come un fulmine dal cielo sereno, e ogni tentativo di derivare simili esperienze da certi stadi preliminari conduce ad assurdità. È semplicemente così, e dobbiamo sottometterci, così come dobbiamo sottometterci al fatto che siamo qui.
Il vecchio, mentre raccoglievamo i fogli sparsi, aveva preso da terra il mio libro e ne aveva letto il titolo.
Come mi parve, con un leggero sorriso chiese:
"Le interessa questo?"
Con ciò ebbe fine il parlare per frasi fatte, e iniziò la conversazione. Parlavamo vivacemente, senza interruzione; giungemmo al molo, nelle cui vicinanze si trovava l'albergo dei due – anche loro erano qui solo in visita –, tornammo indietro parlando per un pezzetto, poi nell'altra direzione oltre la vecchia torre cittadina, lungo la strada maestra. Il sole tramontava; cominciò a fare buio; infine il vecchio mi pregò di cenare insieme a loro nel giardino dell'albergo.
Di che cosa parlavamo? Non lo ricordo più esattamente. So solo che mi trovavo in uno stato di esaltazione che mi rendeva incline a far valere le mie opinioni in modo eccessivamente acuto, quasi arrogante. Sentivo di essere spiritoso, e mi piacevo. In una sorta di impaccio dirigevo le mie parole quasi esclusivamente al vecchio, mentre ero ben consapevole che in fondo parlavo solo alla ragazza, desideroso di essere da lei ammirato.
Su un punto io e il vecchio, lui e io, coincidevamo pienamente: l'insoddisfacente delle condizioni moderne, la loro superficialità, anzi falsità: la loro inquietudine, la loro fretta, la loro violenza nell'alienarci da noi stessi, così che alla fine non ritroviamo più la via verso noi stessi – insomma: la loro non-realtà.Il vecchio riprese ora la conversazione interrotta lassù alla chiesa. Si professò fervente ammiratore dei neoplatonici, in particolare di Plotino. La sua massima "ta panta hen" era per il vecchio visione del mondo e religione in uno. Con spirito ed erudizione sviluppò i fili che in questo panteismo si tendono dall'India fino a noi. Giunse persino a dichiarare questo pensiero come il vero, più profondo pensiero di Gesù, mentre ciò che ora abbiamo come cristianesimo sarebbe piuttosto un prodotto paolino. "Mi è del tutto indifferente", osservò nel corso della conversazione, "se Gesù sia andato a scuola presso i saggi indiani. Fatto è che il suo pensiero tende al panteismo, come del resto ogni anima sensibile deve sentirsi respinta dalla rozzezza intellettuale del monoteismo.
Certamente il cristianesimo ha fatto un cattivo scambio, poiché nella teologia cristiana non fu più Cristo, ma Paolo a essere guida – invece di un uomo naturale di sentimento, un fanatico oscuro, il cui temperamento non parte dal cuore, ma dalla testa. Nelle sue deduzioni assurde c'è già la radice di quella scolastica posteriore, a cui l'insegnamento originale di Gesù non avrebbe mai dato la possibilità."
A queste parole aspre guardai verso la figlia, per assicurarmi dell'impressione che questa affermazione faceva su di lei.
Il vecchio se ne accorse. Sorridendo disse:
"Non deve pensare che mia figlia si spaventi di simili discorsi. Ella appartiene a quegli esseri femminili che pensano. E non appena si comincia a pensare, il Dio personale ha finito il suo gioco."
Di nuovo guardai con aspettativa verso la nostra compagna.
Sembrava non udire le ultime parole del vecchio. Pensosa guardava oltre il lago; le labbra forti sembravano appena toccarsi e somigliavano ai petali che si aprono di un fiore. Era come se ascoltasse qualcosa proveniente dall'infinito. Non avevo mai visto un volto di ragazza più puro, più bello.
Lentamente, come riflettendo su ogni parola, disse con una voce meravigliosamente chiara, armoniosa, che aveva qualcosa di canoro:
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Il vecchio riprese ora la conversazione interrotta lassù alla chiesa. Si professò fervente ammiratore dei neoplatonici, in particolare di Plotino. La sua massima "ta panta hen" era per il vecchio visione del mondo e religione in uno. Con spirito ed erudizione sviluppò i fili che in questo panteismo si tendono dall'India fino a noi. Giunse persino a dichiarare questo pensiero come il vero, più profondo pensiero di Gesù, mentre ciò che ora abbiamo come cristianesimo sarebbe piuttosto un prodotto paolino. "Mi è del tutto indifferente", osservò nel corso della conversazione, "se Gesù sia andato a scuola presso i saggi indiani. Fatto è che il suo pensiero tende al panteismo, come del resto ogni anima sensibile deve sentirsi respinta dalla rozzezza intellettuale del monoteismo.
Certamente il cristianesimo ha fatto un cattivo scambio, poiché nella teologia cristiana non fu più Cristo, ma Paolo a essere guida – invece di un uomo naturale di sentimento, un fanatico oscuro, il cui temperamento non parte dal cuore, ma dalla testa. Nelle sue deduzioni assurde c'è già la radice di quella scolastica posteriore, a cui l'insegnamento originale di Gesù non avrebbe mai dato la possibilità."
A queste parole aspre guardai verso la figlia, per assicurarmi dell'impressione che questa affermazione faceva su di lei.
Il vecchio se ne accorse. Sorridendo disse:
"Non deve pensare che mia figlia si spaventi di simili discorsi. Ella appartiene a quegli esseri femminili che pensano. E non appena si comincia a pensare, il Dio personale ha finito il suo gioco."
Di nuovo guardai con aspettativa verso la nostra compagna.
Sembrava non udire le ultime parole del vecchio. Pensosa guardava oltre il lago; le labbra forti sembravano appena toccarsi e somigliavano ai petali che si aprono di un fiore. Era come se ascoltasse qualcosa proveniente dall'infinito. Non avevo mai visto un volto di ragazza più puro, più bello.
Lentamente, come riflettendo su ogni parola, disse con una voce meravigliosamente chiara, armoniosa, che aveva qualcosa di canoro:"Penso sempre che, se ci fosse un Dio, allora ogni essere dovrebbe anche saperlo, saperlo da sé stesso, e un dubbio non potrebbe affatto essere possibile. Questa possibilità di dubitare di Dio è un fatto che mi lascia sempre di nuovo perplessa, su cui non riesco assolutamente a passare oltre."
"Come ha pensato in profondità!" dissi con sincero stupore.
"Non so che cosa lei chiami 'pensare in profondità'. Secondo il mio sentimento è uno di quei pensieri che giacciono così in superficie che proprio questo può essere l'unico motivo per cui tutti ci passano sopra."
Non abituato a nascondere i miei sentimenti, la guardai negli occhi con ammirazione così aperta che lei arrossì leggermente.
In questo momento parve come se una brina gelida fosse caduta sulla nostra conversazione. La ragazza sedeva ammutolita; il vecchio sembrava improvvisamente freddo e inavvicinabile. Se non avessi già saputo prima, nel corso della conversazione, che entrambi abitavano ugualmente a Milano – avevano nominato uno dei piccoli sobborghi a me ben noti –, ora probabilmente non avrei saputo più nulla.
Capii che era tempo di congedarmi. Ero colpito da questo improvviso cambiamento, che non riuscivo affatto a spiegarmi. Perché dopotutto non era un'offesa se un uomo nella mia posizione sociale mostrava a una giovane ragazza, in presenza di suo padre, di ammirarla.
Quando chiesi il permesso di poter far loro visita a Milano, la ragazza non disse nulla, e il vecchio diede il suo consenso con quella fredda riservatezza che, se si fosse trattato di pura cortesia convenzionale, certo non mi avrebbe indotto a fare uso del permesso. Ma poiché, per dirla francamente, ero innamorato come mai in vita mia, non mi lasciai sviare e andai con la ferma decisione di far visita a entrambi a casa loro.
Non sapevo quando volessero partire. Il mattino seguente perciò mi guardai intorno dappertutto senza poter scoprire nulla. Dovevano aver lasciato Sirmione già di buon'ora.
Già il giorno dopo il mio ritorno a Milano – la mia impazienza non mi lasciava pace più a lungo – feci la mia visita.
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"Penso sempre che, se ci fosse un Dio, allora ogni essere dovrebbe anche saperlo, saperlo da sé stesso, e un dubbio non potrebbe affatto essere possibile. Questa possibilità di dubitare di Dio è un fatto che mi lascia sempre di nuovo perplessa, su cui non riesco assolutamente a passare oltre."
"Come ha pensato in profondità!" dissi con sincero stupore.
"Non so che cosa lei chiami 'pensare in profondità'. Secondo il mio sentimento è uno di quei pensieri che giacciono così in superficie che proprio questo può essere l'unico motivo per cui tutti ci passano sopra."
Non abituato a nascondere i miei sentimenti, la guardai negli occhi con ammirazione così aperta che lei arrossì leggermente.
In questo momento parve come se una brina gelida fosse caduta sulla nostra conversazione. La ragazza sedeva ammutolita; il vecchio sembrava improvvisamente freddo e inavvicinabile. Se non avessi già saputo prima, nel corso della conversazione, che entrambi abitavano ugualmente a Milano – avevano nominato uno dei piccoli sobborghi a me ben noti –, ora probabilmente non avrei saputo più nulla.
Capii che era tempo di congedarmi. Ero colpito da questo improvviso cambiamento, che non riuscivo affatto a spiegarmi. Perché dopotutto non era un'offesa se un uomo nella mia posizione sociale mostrava a una giovane ragazza, in presenza di suo padre, di ammirarla.
Quando chiesi il permesso di poter far loro visita a Milano, la ragazza non disse nulla, e il vecchio diede il suo consenso con quella fredda riservatezza che, se si fosse trattato di pura cortesia convenzionale, certo non mi avrebbe indotto a fare uso del permesso. Ma poiché, per dirla francamente, ero innamorato come mai in vita mia, non mi lasciai sviare e andai con la ferma decisione di far visita a entrambi a casa loro.
Non sapevo quando volessero partire. Il mattino seguente perciò mi guardai intorno dappertutto senza poter scoprire nulla. Dovevano aver lasciato Sirmione già di buon'ora.
* * * * *
Già il giorno dopo il mio ritorno a Milano – la mia impazienza non mi lasciava pace più a lungo – feci la mia visita.Abitavano fuori, in un sobborgo a me ben noto. La casa, solo piccola, giaceva in fondo al giardino ed era separata dalla strada da un alto muro bianco. Il tutto faceva un'impressione meravigliosamente quieta, riservata, benché in fondo non si distinguesse quasi dalle case vicine. Ma come esistono personalità che, pur indossando lo stesso abito degli altri, sembrano tuttavia più chiuse degli altri, così accade anche con gli edifici; e i vetri delle finestre mi sembrano talvolta, sul serio, come occhi che danno alla casa un certo carattere.
Il vecchio mi ricevette più amichevolmente di quanto avessi aspettato.
Subito dopo il primo saluto mi condusse nella sua stanza di lavoro.
Qui sembrava di stare da un alchimista medievale. Crogiuoli, storte, ogni sorta di polveri e liquidi di diversi colori erano sparsi intorno. Una parete longitudinale era occupata dalla biblioteca, l'altra da una specie di museo zoologico.
Nel corso della conversazione emerse che era il passatempo prediletto del vecchio preparare ogni sorta di veleni esotici. Sfruttava tutte le sue relazioni con il massimo zelo per farsi procurare le droghe o gli animali necessari. Non senza un certo orgoglio scoprì una cassetta nell'angolo della stanza, in cui giaceva disteso pigramente un serpente piuttosto piccolo, ma brutto, dalla testa grossa – un serpente velenoso giavanese, il cui morso è irrimediabile e uccide nel più breve tempo. Il nome mi suonò così estraneo che l'ho completamente dimenticato.
Il vecchio stesso era stato medico in gioventù, ma aveva abbandonato la pratica da molti anni, era stato a lungo in Oriente e ora viveva solo per i suoi studi privati. Dall'impressione complessiva che ricevevo dalla casa, doveva essere benestante.
Per quanto tutto questo sarebbe stato altrimenti interessante per me, oggi ascoltavo solo con mezzo orecchio. Di colei per cui ero venuto non si poteva né vedere né sentire nulla, e il vecchio sembrava non sapere affatto di avere una figlia.
Così simulai interesse per tirar avanti il tempo, anche per evitare quel punto morto nella conversazione che mi avrebbe costretto a congedarmi.
Finalmente risuonò il campanello di casa. Il vecchio tese l'orecchio e disse:
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Abitavano fuori, in un sobborgo a me ben noto. La casa, solo piccola, giaceva in fondo al giardino ed era separata dalla strada da un alto muro bianco. Il tutto faceva un'impressione meravigliosamente quieta, riservata, benché in fondo non si distinguesse quasi dalle case vicine. Ma come esistono personalità che, pur indossando lo stesso abito degli altri, sembrano tuttavia più chiuse degli altri, così accade anche con gli edifici; e i vetri delle finestre mi sembrano talvolta, sul serio, come occhi che danno alla casa un certo carattere.
Il vecchio mi ricevette più amichevolmente di quanto avessi aspettato.
Subito dopo il primo saluto mi condusse nella sua stanza di lavoro.
Qui sembrava di stare da un alchimista medievale. Crogiuoli, storte, ogni sorta di polveri e liquidi di diversi colori erano sparsi intorno. Una parete longitudinale era occupata dalla biblioteca, l'altra da una specie di museo zoologico.
Nel corso della conversazione emerse che era il passatempo prediletto del vecchio preparare ogni sorta di veleni esotici. Sfruttava tutte le sue relazioni con il massimo zelo per farsi procurare le droghe o gli animali necessari. Non senza un certo orgoglio scoprì una cassetta nell'angolo della stanza, in cui giaceva disteso pigramente un serpente piuttosto piccolo, ma brutto, dalla testa grossa – un serpente velenoso giavanese, il cui morso è irrimediabile e uccide nel più breve tempo. Il nome mi suonò così estraneo che l'ho completamente dimenticato.
Il vecchio stesso era stato medico in gioventù, ma aveva abbandonato la pratica da molti anni, era stato a lungo in Oriente e ora viveva solo per i suoi studi privati. Dall'impressione complessiva che ricevevo dalla casa, doveva essere benestante.
Per quanto tutto questo sarebbe stato altrimenti interessante per me, oggi ascoltavo solo con mezzo orecchio. Di colei per cui ero venuto non si poteva né vedere né sentire nulla, e il vecchio sembrava non sapere affatto di avere una figlia.
Così simulai interesse per tirar avanti il tempo, anche per evitare quel punto morto nella conversazione che mi avrebbe costretto a congedarmi.
Finalmente risuonò il campanello di casa. Il vecchio tese l'orecchio e disse:"Sicuramente mia figlia. Si rallegrerà di rivederla."
Con ciò mi precedette nel salotto, una stanza piuttosto grande, ma arredata con quell'eleganza antiquata che agisce in modo simpatico solo in un determinato ambiente.

Dopo un poco entrò Vera – questo era il suo nome. Nonostante la fine riservatezza con cui mi salutò, sentii che ero gradito.
Il tempo che seguì è, misurato secondo il metro mondano, senza dubbio il più bello della mia vita. Perché finché l'uomo non ha imparato a pensare correttamente, è abituato a chiamare "più bello" solo ciò che è abbellito dall'amore.
Le mie visite si ripeterono, divennero sempre più frequenti, e contrariamente alla mia aspettativa iniziale non ebbi affatto difficoltà a incontrare Vera, anzi a essere solo con lei. A volte mi sembrava che il vecchio si ritirasse di proposito. Mi sembrava allora, però, anche che Vera per un bel po' fosse ancora più seria di quanto già non fosse di solito.
Nonostante l'osservanza della più stretta moralità in ogni parola, in ogni sguardo, eravamo tuttavia presto giunti in uno stato di confidenza in cui nessuno faceva mistero del proprio amore all'altro. Eppure sentivo, con mio sconcerto, sempre di nuovo che Vera evitava ogni tentativo diretto di avvicinamento.
Poiché supponevo che fosse una naturale, invincibile timidezza da parte sua, che però non potevo comprendere in una personalità spiritualmente così elevata, mi decisi infine a chiederla in sposa al padre.
Per caso era il Venerdì Santo quando andai dai miei amici. Poiché sapevo che entrambi non andavano mai in chiesa, ero sicuro di trovarli in casa proprio oggi.
Mentre parlavo, era come se il vecchio diventasse ancora più eretto e più grande. Ogni muscolo del suo volto segnato dalle intemperie sembrava irrigidirsi. Senza guardarmi, lo sguardo fisso sulla parete di fronte, ascoltò, e quando tacqui, disse con una specie di calma meccanica:
"Mio giovane amico, da noi non è come di solito tra padre e figlia, intendo dire che il padre potrebbe semplicemente concedere la mano della figlia. Deve chiedere a mia figlia stessa."
Con ciò si interruppe così bruscamente che non potei replicare altro che:
"Bene, allora farò questo.
"
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"Sicuramente mia figlia. Si rallegrerà di rivederla."
Con ciò mi precedette nel salotto, una stanza piuttosto grande, ma arredata con quell'eleganza antiquata che agisce in modo simpatico solo in un determinato ambiente.
Dopo un poco entrò Vera – questo era il suo nome. Nonostante la fine riservatezza con cui mi salutò, sentii che ero gradito.
Il tempo che seguì è, misurato secondo il metro mondano, senza dubbio il più bello della mia vita. Perché finché l'uomo non ha imparato a pensare correttamente, è abituato a chiamare "più bello" solo ciò che è abbellito dall'amore.
Le mie visite si ripeterono, divennero sempre più frequenti, e contrariamente alla mia aspettativa iniziale non ebbi affatto difficoltà a incontrare Vera, anzi a essere solo con lei. A volte mi sembrava che il vecchio si ritirasse di proposito. Mi sembrava allora, però, anche che Vera per un bel po' fosse ancora più seria di quanto già non fosse di solito.
Nonostante l'osservanza della più stretta moralità in ogni parola, in ogni sguardo, eravamo tuttavia presto giunti in uno stato di confidenza in cui nessuno faceva mistero del proprio amore all'altro. Eppure sentivo, con mio sconcerto, sempre di nuovo che Vera evitava ogni tentativo diretto di avvicinamento.
Poiché supponevo che fosse una naturale, invincibile timidezza da parte sua, che però non potevo comprendere in una personalità spiritualmente così elevata, mi decisi infine a chiederla in sposa al padre.
Per caso era il Venerdì Santo quando andai dai miei amici. Poiché sapevo che entrambi non andavano mai in chiesa, ero sicuro di trovarli in casa proprio oggi.
Mentre parlavo, era come se il vecchio diventasse ancora più eretto e più grande. Ogni muscolo del suo volto segnato dalle intemperie sembrava irrigidirsi. Senza guardarmi, lo sguardo fisso sulla parete di fronte, ascoltò, e quando tacqui, disse con una specie di calma meccanica:
"Mio giovane amico, da noi non è come di solito tra padre e figlia, intendo dire che il padre potrebbe semplicemente concedere la mano della figlia. Deve chiedere a mia figlia stessa."
Con ciò si interruppe così bruscamente che non potei replicare altro che:
"Bene, allora farò questo.
"Quando subito dopo mi trovai davanti a Vera e le dissi di che cosa si trattava, divenne pallida come la morte. Quasi piangendo disse:

"Mio Dio, mio Dio, che cosa ne verrà? L'avevo visto arrivare, ma ora – che cosa ne verrà!"
Nonostante la sua agitazione, dovette sentire il mio sconcerto. Improvvisamente disse:
"Si sieda. Devo raccontarle tutto questo."
Si sedette di fronte a me e guardò fisso a terra davanti a sé con le sopracciglia strettamente contratte. Dopo un poco cominciò:
"Non sono la vera figlia. Mio padre sposò mia madre già da uomo anziano, per così dire dalla strada – a causa della sua bellezza.
Subito dopo il matrimonio però si accorse che ella portava già in grembo un bambino. Nel primo impeto d'ira voleva subito ripudiarla, ma poi si lasciò muovere dalle suppliche insistanti di mia madre a tenerla presso di sé fino al parto. Poi voleva andare lui stesso in Oriente, dove aveva già vissuto a lungo anni prima, mentre mia madre doveva tornare nella sua patria.
Mio padre si tenne durante tutto questo tempo completamente lontano da mia madre. Dopo il parto però la naturale compassione dovette forse vincerlo. Al mattino ero nata. Verso sera, così mi raccontò poi mia madre, entrò nella stanza della puerpera, rimase pensieroso accanto alla culla in cui giacevo proprio allora, e giocò con le mie dita contratte a pugno.
Accadde così che io afferrai le sue dita e non le lasciai più.
La balia scoppiò in una risata fragorosa per il divertimento e gridò verso la madre:
"Guardate, guardate, tiene stretto il signore!"
Mia madre rise con lei, e anche mio padre, si dice, per la prima volta da quando il duro colpo l'aveva colpito con mia madre, avrebbe sorriso di nuovo.
Da allora venne ogni giorno e giocò con me. Non si parlò più di mandare via mia madre. Ma dopo che fui svezzata, la fece chiamare una volta nella sua stanza e le comunicò che ora era tempo per lei di lasciare la casa, ma che avrebbe voluto adottarmi volentieri come figlia. Se ella gli avesse ceduto me incondizionatamente, avrebbe voluto assegnarle una somma con cui sarebbe stata assicurata per tutta la vita; inoltre avrebbe avuto il permesso di visitarmi di tanto in tanto.
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Quando subito dopo mi trovai davanti a Vera e le dissi di che cosa si trattava, divenne pallida come la morte. Quasi piangendo disse:
"Mio Dio, mio Dio, che cosa ne verrà? L'avevo visto arrivare, ma ora – che cosa ne verrà!"
Nonostante la sua agitazione, dovette sentire il mio sconcerto. Improvvisamente disse:
"Si sieda. Devo raccontarle tutto questo."
Si sedette di fronte a me e guardò fisso a terra davanti a sé con le sopracciglia strettamente contratte. Dopo un poco cominciò:
"Non sono la vera figlia. Mio padre sposò mia madre già da uomo anziano, per così dire dalla strada – a causa della sua bellezza.
Subito dopo il matrimonio però si accorse che ella portava già in grembo un bambino. Nel primo impeto d'ira voleva subito ripudiarla, ma poi si lasciò muovere dalle suppliche insistanti di mia madre a tenerla presso di sé fino al parto. Poi voleva andare lui stesso in Oriente, dove aveva già vissuto a lungo anni prima, mentre mia madre doveva tornare nella sua patria.
Mio padre si tenne durante tutto questo tempo completamente lontano da mia madre. Dopo il parto però la naturale compassione dovette forse vincerlo. Al mattino ero nata. Verso sera, così mi raccontò poi mia madre, entrò nella stanza della puerpera, rimase pensieroso accanto alla culla in cui giacevo proprio allora, e giocò con le mie dita contratte a pugno.
Accadde così che io afferrai le sue dita e non le lasciai più.
La balia scoppiò in una risata fragorosa per il divertimento e gridò verso la madre:
"Guardate, guardate, tiene stretto il signore!"
Mia madre rise con lei, e anche mio padre, si dice, per la prima volta da quando il duro colpo l'aveva colpito con mia madre, avrebbe sorriso di nuovo.
Da allora venne ogni giorno e giocò con me. Non si parlò più di mandare via mia madre. Ma dopo che fui svezzata, la fece chiamare una volta nella sua stanza e le comunicò che ora era tempo per lei di lasciare la casa, ma che avrebbe voluto adottarmi volentieri come figlia. Se ella gli avesse ceduto me incondizionatamente, avrebbe voluto assegnarle una somma con cui sarebbe stata assicurata per tutta la vita; inoltre avrebbe avuto il permesso di visitarmi di tanto in tanto.Allora mia madre commise ciò che per lungo tempo mi è parso del tutto incomprensibile: rinunciò a tutti i suoi diritti materni, e io divenni la figlia di mio padre.
Certo, a scusa di mia madre devo dire che anch'io la cedetti facilmente. Dal primo tempo in cui cominciai a pensare, appartenevo già interamente a mio padre. A un'età in cui altre ragazze forse giocano ancora con le bambole, cominciavo già ad avere interesse proprio per i suoi interessi spirituali. Così si sviluppò tra noi una comunione di anime come non può essere maggiore tra uomo e donna. In effetti sentii anche molto presto che qui dovevo e volevo sostituire mia madre. Così certamente non sono mai stata bambina, ma mi sembra anche di non poter mai invecchiare."
Già nel pronunciare queste ultime parole sembrò prendere coscienza del loro doppio senso, e guardandomi con un mezzo sorriso, disse:
"Non intendo dire che dovrei morire presto, benché – ma queste sono frasi fatte – voglio solo dire: i miei interessi spirituali sempre vigili mi proteggeranno dall'invecchiare."
Ma improvvisamente tornò quel tratto miserando nel suo volto. Con lo stesso tono mezzo piagnucoloso cominciò:
"Ma ora che fare! Mio Dio, che fare! Io sono legata a mio padre più strettamente che dal vincolo di un matrimonio. Egli si dissanguerà se mi strappo da lui."
Fui crudele abbastanza da aggiungere:
"E temo, anche lei stessa."
Mi guardò con uno sguardo come una cerva ferita. Scosso mi gettai in ginocchio davanti a lei e afferrai la sua mano, che ella mi abbandonò senza volontà. Ma quando, sopraffatto dalla passione, volli abbracciarla, si ritrasse decisa e disse con un tono che non tollerava contraddizione:
"Vada ora! Non posso darle il diritto di toccarmi."
Così me ne andai.
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Allora mia madre commise ciò che per lungo tempo mi è parso del tutto incomprensibile: rinunciò a tutti i suoi diritti materni, e io divenni la figlia di mio padre.
Certo, a scusa di mia madre devo dire che anch'io la cedetti facilmente. Dal primo tempo in cui cominciai a pensare, appartenevo già interamente a mio padre. A un'età in cui altre ragazze forse giocano ancora con le bambole, cominciavo già ad avere interesse proprio per i suoi interessi spirituali. Così si sviluppò tra noi una comunione di anime come non può essere maggiore tra uomo e donna. In effetti sentii anche molto presto che qui dovevo e volevo sostituire mia madre. Così certamente non sono mai stata bambina, ma mi sembra anche di non poter mai invecchiare."
Già nel pronunciare queste ultime parole sembrò prendere coscienza del loro doppio senso, e guardandomi con un mezzo sorriso, disse:
"Non intendo dire che dovrei morire presto, benché – ma queste sono frasi fatte – voglio solo dire: i miei interessi spirituali sempre vigili mi proteggeranno dall'invecchiare."
Ma improvvisamente tornò quel tratto miserando nel suo volto. Con lo stesso tono mezzo piagnucoloso cominciò:
"Ma ora che fare! Mio Dio, che fare! Io sono legata a mio padre più strettamente che dal vincolo di un matrimonio. Egli si dissanguerà se mi strappo da lui."
Fui crudele abbastanza da aggiungere:
"E temo, anche lei stessa."
Mi guardò con uno sguardo come una cerva ferita. Scosso mi gettai in ginocchio davanti a lei e afferrai la sua mano, che ella mi abbandonò senza volontà. Ma quando, sopraffatto dalla passione, volli abbracciarla, si ritrasse decisa e disse con un tono che non tollerava contraddizione:
"Vada ora! Non posso darle il diritto di toccarmi."
Così me ne andai.Nel tempo che seguì fui tirato qua e là dalle più contrastanti sensazioni. Mi era chiaro che ero io, dei tre, quello da cui solo poteva venire la soluzione dell'insopportabile situazione. Sentivo bene quanto fosse riprovevole tirare un legame così delicato, così intimo, come quello che univa questi due esseri. I sentimenti naturali che attraggono la gioventù alla gioventù mi legavano a Vera. Ma avevo vissuto troppo, pensato troppo, per non essere chiaro, persino nello stadio del più alto innamoramento, che questi sentimenti avrebbero ben potuto permettere un sostituto nel loro oggetto da parte mia come da parte di Vera, ma che il legame che esisteva tra lei e il vecchio era di natura insostituibile. Cento volte fui sul punto di interrompere i rapporti con i due, di sparire dalla loro vita, altrettanto immotivatamente di come vi ero entrato, ma non potevo.
A mia vergogna devo confessare che in tutto questo ciò che più mi tormentava era il pensiero che alla mia prossima visita potessi non essere più ricevuto affatto.
Questo pensiero divenne infine del tutto insopportabile. Volevo andare ancora una volta, mostrarmi per così dire padrone della situazione, almeno davanti a me stesso, e poi, forse con miglior successo, riprendere la lotta contro il mio amore, o meglio, contro la mia sensualità.
Circa una settimana dopo che quanto sopra era accaduto, andai di nuovo alla villa dei due, ma quando giunsi vicino alla casa, al pensiero di poter essere respinto sulla porta divenni così agitato e incerto che, senza aver fatto un tentativo, tornai a casa.
Già da questo avrei dovuto dirmi che era più amor proprio che vero amore quello che mi tormentava. Ma tutto questo tempo con le sue attese e le sue angosce servì solo a farmi entrare in una sorta di rancore contro il vecchio. Mi sembrava innaturale, inaudito, che questo vecchio tronco si fosse innestato questo giovane virgulto, e da questo rancore trassi infine il coraggio, una domenica, di bussare di nuovo alla porta della casa di campagna.
Con mio silenzioso stupore la serva mi ricevette come sempre.
Dopo che ebbi atteso un breve momento nel salotto, entrò Vera.
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Nel tempo che seguì fui tirato qua e là dalle più contrastanti sensazioni. Mi era chiaro che ero io, dei tre, quello da cui solo poteva venire la soluzione dell'insopportabile situazione. Sentivo bene quanto fosse riprovevole tirare un legame così delicato, così intimo, come quello che univa questi due esseri. I sentimenti naturali che attraggono la gioventù alla gioventù mi legavano a Vera. Ma avevo vissuto troppo, pensato troppo, per non essere chiaro, persino nello stadio del più alto innamoramento, che questi sentimenti avrebbero ben potuto permettere un sostituto nel loro oggetto da parte mia come da parte di Vera, ma che il legame che esisteva tra lei e il vecchio era di natura insostituibile. Cento volte fui sul punto di interrompere i rapporti con i due, di sparire dalla loro vita, altrettanto immotivatamente di come vi ero entrato, ma non potevo.
A mia vergogna devo confessare che in tutto questo ciò che più mi tormentava era il pensiero che alla mia prossima visita potessi non essere più ricevuto affatto.
Questo pensiero divenne infine del tutto insopportabile. Volevo andare ancora una volta, mostrarmi per così dire padrone della situazione, almeno davanti a me stesso, e poi, forse con miglior successo, riprendere la lotta contro il mio amore, o meglio, contro la mia sensualità.
Circa una settimana dopo che quanto sopra era accaduto, andai di nuovo alla villa dei due, ma quando giunsi vicino alla casa, al pensiero di poter essere respinto sulla porta divenni così agitato e incerto che, senza aver fatto un tentativo, tornai a casa.
Già da questo avrei dovuto dirmi che era più amor proprio che vero amore quello che mi tormentava. Ma tutto questo tempo con le sue attese e le sue angosce servì solo a farmi entrare in una sorta di rancore contro il vecchio. Mi sembrava innaturale, inaudito, che questo vecchio tronco si fosse innestato questo giovane virgulto, e da questo rancore trassi infine il coraggio, una domenica, di bussare di nuovo alla porta della casa di campagna.
Con mio silenzioso stupore la serva mi ricevette come sempre.
Dopo che ebbi atteso un breve momento nel salotto, entrò Vera.Era così commovente nella sua bellezza che sarei caduto volentieri in ginocchio davanti a lei. Oggi so che erano il pallore trasparente e la magrezza del suo volto a produrre quell'impressione adorabile. Doveva aver molto sofferto in queste settimane. Cominciò subito:
«Come è bello che Lei sia finalmente venuto. Devo assolutamente parlarle, ma non volevo scriverle. Vede», continuò con una sorta di violenza trattenuta, «è ormai usanza che l'uomo confessi l'amore alla donna. Ma perché una donna, che si sente matura per farlo, non dovrebbe una volta confessare l'amore all'uomo? Io mi sento matura per farlo. Lei sa anche che io Lo amo.
Così confesso dunque apertamente: Lo amo, così che, almeno per ora, non vedo come potrei vivere senza di Lei. Ma ciò che è strano è questo: il legame con mio padre non si è affatto allentato per questo. Non so come sia possibile; posso solo dire: è così. Lei dice: "Vogliamo vivere tutti e tre insieme". Non so perché no. Anche qui so solo che non è possibile. Un tutto non si può dividere.
Tacque un momento e tenne le labbra strette l'una all'altra. Poi continuò piano, mentre le sue dita quasi con violenza tormentavano la nappa della poltrona:
"Lei dice: 'Siamo giovani, mio padre è vecchio'. Anche a me è venuto questo pensiero infelice, e da allora non sono più padrona di me stessa. Da quando questo pensiero è nato in me, so che tutto è perduto, perduto per sempre. Ogni godimento, anche il più puro, sarebbe avvelenato per me dal pensiero: 'Hai aspettato la sua morte per poter seguire il piacere'. Carissimo amico, è così! Esistono rapporti che sono più potenti di noi. Ci gettano il cappio intorno al collo, e dove vogliamo fuggire, non facciamo che stringerci peggio. Perché esistono? – Non lo so, e certo nemmeno Lei. Basta: esistono, e dobbiamo rassegnarci. Io mi sono completamente rassegnata. Mio padre sa che sono perduta per lui, e io so che sono perduta per me stessa. Lei non crede quanto l'uomo possa stancarsi in breve tempo, quando il cervello macina giorno e notte come un paio di macine e non ha da elaborare altro che pietre e ancora pietre."
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Era così commovente nella sua bellezza che sarei caduto volentieri in ginocchio davanti a lei. Oggi so che erano il pallore trasparente e la magrezza del suo volto a produrre quell'impressione adorabile. Doveva aver molto sofferto in queste settimane. Cominciò subito:
«Come è bello che Lei sia finalmente venuto. Devo assolutamente parlarle, ma non volevo scriverle. Vede», continuò con una sorta di violenza trattenuta, «è ormai usanza che l'uomo confessi l'amore alla donna. Ma perché una donna, che si sente matura per farlo, non dovrebbe una volta confessare l'amore all'uomo? Io mi sento matura per farlo. Lei sa anche che io Lo amo.
Così confesso dunque apertamente: Lo amo, così che, almeno per ora, non vedo come potrei vivere senza di Lei. Ma ciò che è strano è questo: il legame con mio padre non si è affatto allentato per questo. Non so come sia possibile; posso solo dire: è così. Lei dice: "Vogliamo vivere tutti e tre insieme". Non so perché no. Anche qui so solo che non è possibile. Un tutto non si può dividere.
Tacque un momento e tenne le labbra strette l'una all'altra. Poi continuò piano, mentre le sue dita quasi con violenza tormentavano la nappa della poltrona:
"Lei dice: 'Siamo giovani, mio padre è vecchio'. Anche a me è venuto questo pensiero infelice, e da allora non sono più padrona di me stessa. Da quando questo pensiero è nato in me, so che tutto è perduto, perduto per sempre. Ogni godimento, anche il più puro, sarebbe avvelenato per me dal pensiero: 'Hai aspettato la sua morte per poter seguire il piacere'. Carissimo amico, è così! Esistono rapporti che sono più potenti di noi. Ci gettano il cappio intorno al collo, e dove vogliamo fuggire, non facciamo che stringerci peggio. Perché esistono? – Non lo so, e certo nemmeno Lei. Basta: esistono, e dobbiamo rassegnarci. Io mi sono completamente rassegnata. Mio padre sa che sono perduta per lui, e io so che sono perduta per me stessa. Lei non crede quanto l'uomo possa stancarsi in breve tempo, quando il cervello macina giorno e notte come un paio di macine e non ha da elaborare altro che pietre e ancora pietre."Come potei ascoltare tutto questo senza gettarmi ai suoi piedi con il cuore in fiamme, per dirle: "Voglio ritirarmi volontariamente, posso farlo!", oggi mi è incomprensibile. Rabbrividisco al pensiero che forse sia stato unicamente l'egoismo a trattenerni. Come un peccatore indurito rimasi seduto in silenzio e lasciai che questo nobile cuore si dissanguasse fino all'ultima goccia.
Mi congedai dopo breve tempo con la sensazione sgradevole di aver recitato la parte più infelice della mia vita. È come se talvolta ogni vero sentimento, ogni cordialità nell'uomo fossero messi sotto chiave e catenaccio.
Quel giorno non vidi affatto il vecchio.
I giorni seguenti li passai in una sorta di malumore interiore, se per insoddisfazione di me stesso – non lo so.
Dopo quattro o cinque giorni ricevetti con la posta del mattino una lettera di Vera. L'aprii, a mia vergogna devo confessarlo, senza alcun presentimento, e lessi quanto segue:
"Caro amico! Amato! Che fossi decisa a lasciare questa vita, glielo dissi indirettamente già alla sua ultima visita. Il suo stato d'animo depresso mi dimostrò che Lei mi aveva capita. Solo stasera ho avuto l'occasione di sottrarre dal laboratorio di mio padre la boccetta di cui ho bisogno per questo. La prenderò stasera quando andrò a dormire. Per questo Le scrivo ora. Domani mattina mi troveranno morta nel letto. La prego dunque di correre da noi immediatamente dopo aver ricevuto la mia lettera, per espletare le necessarie formalità. La prego cordialmente di perdonarmi se Le impongo questo sacrificio. Ma il riguardo per mio padre mi costringe. Un medico estraneo potrebbe creare difficoltà davanti alle quali rabbrividisco per mio padre.
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Come potei ascoltare tutto questo senza gettarmi ai suoi piedi con il cuore in fiamme, per dirle: "Voglio ritirarmi volontariamente, posso farlo!", oggi mi è incomprensibile. Rabbrividisco al pensiero che forse sia stato unicamente l'egoismo a trattenerni. Come un peccatore indurito rimasi seduto in silenzio e lasciai che questo nobile cuore si dissanguasse fino all'ultima goccia.
Mi congedai dopo breve tempo con la sensazione sgradevole di aver recitato la parte più infelice della mia vita. È come se talvolta ogni vero sentimento, ogni cordialità nell'uomo fossero messi sotto chiave e catenaccio.
Quel giorno non vidi affatto il vecchio.
I giorni seguenti li passai in una sorta di malumore interiore, se per insoddisfazione di me stesso – non lo so.
Dopo quattro o cinque giorni ricevetti con la posta del mattino una lettera di Vera. L'aprii, a mia vergogna devo confessarlo, senza alcun presentimento, e lessi quanto segue:
"Caro amico! Amato! Che fossi decisa a lasciare questa vita, glielo dissi indirettamente già alla sua ultima visita. Il suo stato d'animo depresso mi dimostrò che Lei mi aveva capita. Solo stasera ho avuto l'occasione di sottrarre dal laboratorio di mio padre la boccetta di cui ho bisogno per questo. La prenderò stasera quando andrò a dormire. Per questo Le scrivo ora. Domani mattina mi troveranno morta nel letto. La prego dunque di correre da noi immediatamente dopo aver ricevuto la mia lettera, per espletare le necessarie formalità. La prego cordialmente di perdonarmi se Le impongo questo sacrificio. Ma il riguardo per mio padre mi costringe. Un medico estraneo potrebbe creare difficoltà davanti alle quali rabbrividisco per mio padre.Caro amico, non si rattristi troppo. Non valuti nemmeno troppo la sua colpa. Come Le ho confessato il mio amore, così Le confesso anche apertamente: non è questo amore che mi spinge fuori dalla vita, è il rapporto con mio padre irrimediabilmente e per sempre distrutto. Non posso più sopportarlo. So che lui se ne andrebbe di cuore, per amor mio. Ma non osa farlo, per amor mio. Così lo faccio io per amor suo. È l'unica via per restituirmi a lui, e per me così facile, così vergognosamente facile dopo tutti questi terribili giorni di vita. Non vedo qui nessuno che abbia una colpa, nessuno che abbia commesso un delitto. L'unico delitto rimane infine – essere uomini.
Stia bene, e esaudisca la mia preghiera, se mai ha amato.
La sua Vera P."
Dal momento in cui lessi questa lettera fino al momento in cui stetti davanti al letto di Vera, tutto è scomparso dalla mia memoria. Probabilmente non c'è mai stato. Devo essere corso via come un forsennato.

Davanti al letto era inginocchiato il vecchio.
Al mio entrare si alzò con fatica. – Dio e padre! Tutto sopportare, tutte le pene dell'inferno patire, pur di non vedere una seconda volta le cavità aride di questo vegliardo! Come può un uomo diventare così terribile per un altro!
Meccanicamente espletai le formalità che la mia professione medica prescriveva in questo caso. La morte era evidentemente sopravvenuta già la sera.
Dopo aver mandato via di casa la serva che piangeva senza freno con le necessarie istruzioni, lasciai la camera mortuaria nell'intenzione che il vecchio mi seguisse e mi desse alcune informazioni. Finora era rimasto completamente silenzioso. Ma invece di seguirmi, si lasciò cadere di nuovo pesantemente accanto al letto della morta, e io rimasi solo nella stanza accanto.
Mi sembrava di dover dire qualcosa al vecchio, qualcosa sulla morta. Ma sentivo anche che ora, dopo aver espletato il mio dovere di medico, mi sarebbe stato del tutto impossibile aprire ancora una volta anche solo la porta della camera mortuaria.
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Caro amico, non si rattristi troppo. Non valuti nemmeno troppo la sua colpa. Come Le ho confessato il mio amore, così Le confesso anche apertamente: non è questo amore che mi spinge fuori dalla vita, è il rapporto con mio padre irrimediabilmente e per sempre distrutto. Non posso più sopportarlo. So che lui se ne andrebbe di cuore, per amor mio. Ma non osa farlo, per amor mio. Così lo faccio io per amor suo. È l'unica via per restituirmi a lui, e per me così facile, così vergognosamente facile dopo tutti questi terribili giorni di vita. Non vedo qui nessuno che abbia una colpa, nessuno che abbia commesso un delitto. L'unico delitto rimane infine – essere uomini.
Stia bene, e esaudisca la mia preghiera, se mai ha amato.
La sua Vera P."
Dal momento in cui lessi questa lettera fino al momento in cui stetti davanti al letto di Vera, tutto è scomparso dalla mia memoria. Probabilmente non c'è mai stato. Devo essere corso via come un forsennato.
Davanti al letto era inginocchiato il vecchio.
Al mio entrare si alzò con fatica. – Dio e padre! Tutto sopportare, tutte le pene dell'inferno patire, pur di non vedere una seconda volta le cavità aride di questo vegliardo! Come può un uomo diventare così terribile per un altro!
Meccanicamente espletai le formalità che la mia professione medica prescriveva in questo caso. La morte era evidentemente sopravvenuta già la sera.
Dopo aver mandato via di casa la serva che piangeva senza freno con le necessarie istruzioni, lasciai la camera mortuaria nell'intenzione che il vecchio mi seguisse e mi desse alcune informazioni. Finora era rimasto completamente silenzioso. Ma invece di seguirmi, si lasciò cadere di nuovo pesantemente accanto al letto della morta, e io rimasi solo nella stanza accanto.
Mi sembrava di dover dire qualcosa al vecchio, qualcosa sulla morta. Ma sentivo anche che ora, dopo aver espletato il mio dovere di medico, mi sarebbe stato del tutto impossibile aprire ancora una volta anche solo la porta della camera mortuaria.Se la colpa può essere espiata, devo aver espiato molto attraverso le torture di quest'ora di mortale silenzio, trascorsa fino al ritorno della serva. Se avessi dovuto sopportare tutto questo più a lungo, credo che sarei penetrato in preda alla follia nella camera mortuaria e avrei strappato con la forza il vecchio dal cadavere. Questo pezzo di vita silenzioso dietro la porta chiusa! Queste cavità senza sguardo che mi fissavano ovunque mi voltassi! Terribile, terribile!
Da allora non ho più ripreso la mia professione. Non ho nemmeno pensato alla possibilità. Subito dopo essere arrivato a casa, misi insieme lo stretto necessario in una borsa e partii immediatamente. Andai nelle Alpi.
Allora era un'unica idea che mi tormentava costantemente e mi portava quasi alla follia, l'idea: "Deve pur avere uno scopo, se l'uomo soffre in questo modo."
Talvolta mi sembrava di dover fermare qualcuno per strada, di dovergli chiedere: "Sai perché soffri, perché gioisci? Sai addirittura perché sei qui?"
Poiché se ha uno scopo che si soffra in questo modo, allora deve pure avere uno scopo anche che si sia qui.
Ma se ha uno scopo che si sia qui, allora si deve pure essere stati posti al proprio posto da un dio. Se si è stati posti al proprio posto da un dio, allora si dovrebbe pure avere sempre in lui un ultimo sostegno.
Ma prendo il mio caso. Immagino che un dio dicesse: "Ti è perdonato questo tuo peccato" oppure: "Giù con te nell'inferno più profondo! Hai assassinato l'essere più nobile con il tuo egoismo – sii dannato per sempre!" L'una cosa sarebbe per me altrettanto priva di significato dell'altra. Per questo tutto rimarrebbe comunque come è. In fondo, in ultima analisi, sono comunque responsabile davanti a me stesso.
Ma se il dio proprio là dove conta è inutile, perché allora trascinarsi dietro questo fardello trascendente? Perché altri se lo trascinano dietro? Perché in fondo tutti se lo trascinano dietro? Poiché il filosofo che specula su un trascendente crede esattamente come il credente in chiesa, anche se dà al suo trascendente i nomi più ingegnosi e innocui.
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Se la colpa può essere espiata, devo aver espiato molto attraverso le torture di quest'ora di mortale silenzio, trascorsa fino al ritorno della serva. Se avessi dovuto sopportare tutto questo più a lungo, credo che sarei penetrato in preda alla follia nella camera mortuaria e avrei strappato con la forza il vecchio dal cadavere. Questo pezzo di vita silenzioso dietro la porta chiusa! Queste cavità senza sguardo che mi fissavano ovunque mi voltassi! Terribile, terribile!
Da allora non ho più ripreso la mia professione. Non ho nemmeno pensato alla possibilità. Subito dopo essere arrivato a casa, misi insieme lo stretto necessario in una borsa e partii immediatamente. Andai nelle Alpi.
Allora era un'unica idea che mi tormentava costantemente e mi portava quasi alla follia, l'idea: "Deve pur avere uno scopo, se l'uomo soffre in questo modo."
Talvolta mi sembrava di dover fermare qualcuno per strada, di dovergli chiedere: "Sai perché soffri, perché gioisci? Sai addirittura perché sei qui?"
Poiché se ha uno scopo che si soffra in questo modo, allora deve pure avere uno scopo anche che si sia qui.
Ma se ha uno scopo che si sia qui, allora si deve pure essere stati posti al proprio posto da un dio. Se si è stati posti al proprio posto da un dio, allora si dovrebbe pure avere sempre in lui un ultimo sostegno.
Ma prendo il mio caso. Immagino che un dio dicesse: "Ti è perdonato questo tuo peccato" oppure: "Giù con te nell'inferno più profondo! Hai assassinato l'essere più nobile con il tuo egoismo – sii dannato per sempre!" L'una cosa sarebbe per me altrettanto priva di significato dell'altra. Per questo tutto rimarrebbe comunque come è. In fondo, in ultima analisi, sono comunque responsabile davanti a me stesso.
Ma se il dio proprio là dove conta è inutile, perché allora trascinarsi dietro questo fardello trascendente? Perché altri se lo trascinano dietro? Perché in fondo tutti se lo trascinano dietro? Poiché il filosofo che specula su un trascendente crede esattamente come il credente in chiesa, anche se dà al suo trascendente i nomi più ingegnosi e innocui.Per mesi vagai irrequieto da un luogo all'altro. Un giorno entrai, era a Monaco, in una libreria. Tra le novità esposte mi capitò per caso tra le mani un libro sul buddismo. Aveva come motto la frase:
"Su ogni dono vince il dono della verità."
Questo mi attrasse. Comprai e cominciai a leggere.
Un qualche studioso tedesco dice di sé che considera una grazia del destino che suo padre gli abbia messo in mano già da ragazzo maturo i "Prolegomeni" di Kant. Devo confessare apertamente che non so apprezzare bene questa grazia. Ma altrettanto certo quello studioso non capirebbe se io qui dicessi che considero una grazia del destino che egli mi abbia messo in mano proprio in questo periodo questo libro. Imparai a comprendere, lentamente, lentamente, in anni di paziente riflessione, ma alla fine imparai, e imparai a perdonare – a perdonare me stesso. Compresi perché potevo perdonare me stesso.
La gratitudine per questo dono d'amore del Buddha mi spinse a seguire le tracce di quest'Unico. Così poco dopo mi imbarcai per l'India, ho contemplato con i miei occhi e in silenziosa reverenza tutto ciò che riguarda questo più grande di tutti gli uomini, questo uomo purissimo, più vero, e sono ora finito qui a Lanauli. Qui talvolta vado ai templi rupestri di Karli, per ammirare la superba sala colonnata. Talvolta vado anche alla catena montuosa opposta, per visitare le grotte rupestri di Bhaja e Bedsa, dalle cui pareti spoglie parla ancora la giovanile forza della rinuncia senza riguardi, come era propria dei primi tempi del buddismo.

Per lo più però siedo sotto uno di questi possenti alberi antichi, che sorgono isolati in questo paesaggio singolare. E quando il vento del monsone stormisce tra i rami e il sole tramonta dietro i monti a ovest, allora godo sempre di nuovo il più delizioso di tutti i sentimenti: questa sensazione di pace sicura, scaturita dal consapevole distacco dal mondo e dai suoi beni.
E questo è il dono d'amore del Buddha. Che molti ne assaporino. Poiché una qualche colpa che nella comprensione non si sia consumata da sé, non esiste.
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Per mesi vagai irrequieto da un luogo all'altro. Un giorno entrai, era a Monaco, in una libreria. Tra le novità esposte mi capitò per caso tra le mani un libro sul buddismo. Aveva come motto la frase:
"Su ogni dono vince il dono della verità."
Questo mi attrasse. Comprai e cominciai a leggere.
Un qualche studioso tedesco dice di sé che considera una grazia del destino che suo padre gli abbia messo in mano già da ragazzo maturo i "Prolegomeni" di Kant. Devo confessare apertamente che non so apprezzare bene questa grazia. Ma altrettanto certo quello studioso non capirebbe se io qui dicessi che considero una grazia del destino che egli mi abbia messo in mano proprio in questo periodo questo libro. Imparai a comprendere, lentamente, lentamente, in anni di paziente riflessione, ma alla fine imparai, e imparai a perdonare – a perdonare me stesso. Compresi perché potevo perdonare me stesso.
La gratitudine per questo dono d'amore del Buddha mi spinse a seguire le tracce di quest'Unico. Così poco dopo mi imbarcai per l'India, ho contemplato con i miei occhi e in silenziosa reverenza tutto ciò che riguarda questo più grande di tutti gli uomini, questo uomo purissimo, più vero, e sono ora finito qui a Lanauli. Qui talvolta vado ai templi rupestri di Karli, per ammirare la superba sala colonnata. Talvolta vado anche alla catena montuosa opposta, per visitare le grotte rupestri di Bhaja e Bedsa, dalle cui pareti spoglie parla ancora la giovanile forza della rinuncia senza riguardi, come era propria dei primi tempi del buddismo.
Per lo più però siedo sotto uno di questi possenti alberi antichi, che sorgono isolati in questo paesaggio singolare. E quando il vento del monsone stormisce tra i rami e il sole tramonta dietro i monti a ovest, allora godo sempre di nuovo il più delizioso di tutti i sentimenti: questa sensazione di pace sicura, scaturita dal consapevole distacco dal mondo e dai suoi beni.
E questo è il dono d'amore del Buddha. Che molti ne assaporino. Poiché una qualche colpa che nella comprensione non si sia consumata da sé, non esiste.
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